Migranti a Venezia

Italiano può non significare essere bianco e non velato

Posted in eventi e incontri by enricabordignon on 7 aprile 2009

foto di ferdart da Flickr (cc)

Il termine “seconde generazioni” è nato nel contesto americano degli anni ’20 a cura della corrente sociologica denominata “Scuola di Chicago”. Oggi questo termine, benché molto diffuso ed utilizzato, risulta più che mai inadeguato e non condiviso. Sono troppe le variabili (giovani figli di coppie miste, ragazzi nati in Italia, ragazzi arrivati in età prescolare ecc…) perché possano incastrarsi con successo in questa definizione!

La tavola rotonda, proposta all’interno del Festival della Cittadinanza di Padova (vedi nostro post), vede  in questo dibattito la sua introduzione: Devisri Nambiar e Sandra Agyli Kyeremeh, le due moderatrici, affrontano il problema di una definizione condivisa che prenda le distanze dai tecnicismi di Rumbaut (che propone una visione “decimale” delle “seconde generazioni” dividendole in generazione 1,5 generazione 1.25 e 1,75) e dalle eccessive generalizzazioni. Una delle proposte che più convincono le relatrici è il termine “cross generation” (che dà il titolo all’incontro) che vuole significare generazioni ponte tra la cultura italiana in cui vivono quotidianamente e la cultura di origine della loro famiglia. Gli interventi che si sono susseguiti sono stati a più livelli e a cura di esperti provenienti da esperienze differenti. Il primo, dello  scrittore italo-algerino Karim Metref, ha introdotto la questione usando una metafora tutta italiana per ribadire che ciascuno di noi dovrebbe avere il diritto e il dovere di “non far parte di nessuna comunità per far parte di ogni comunità”. Ognuno di noi, continua Metref, “dovrebbe avere la libertà di non scegliere con chi stare e, allo stesso tempo, dovrebbe avere la libertà di essere contro la propria comunità”. Sumaya Abdel Qader (autrice del libro “Porto il velo, adoro i Queen“) ha posto, con il suo intervento, l’attenzione su ciò che ci si aspetta dalle “seconde generazioni”: “ci si aspetta decisamente troppo a differenza dei coetanei italiani, ci si aspetta che questi ragazzi siano in grado di risolvere i conflitti tra culture quando si dovrebbe dar loro  innanzitutto la serenità che significa non incastrarli necessariamente in caselle, e non trattarli come problemi“. Di fronte a tanti casi di vergogna delle proprie origine e della propria lingua, Qader ha ribadito la necessità di offrire loro una formazione che li riavvicini alla propria cultura. L’intervento della scrittrice italo-indiana Gabriella Kuruvilla si è concentrato sulle “seconde generazioni” nel modo del marketing, sui pregiudizi e gli stereotipi (negativi e positivi) che li coinvolgono. Con ironia, ha fatto riflettere sulla visione che si ha dei figli delle coppie miste che appaiono, rispetto all’allure che circonda le “seconde generazioni”, come annacquati! Kuruvilla ha inoltre aggiunto come il ruolo dato ai giovani di “seconda generazioni” li porti ad essere degli equilibristi su quello che, spesso, al posto di un ponte, risulta essere un filo tra due culture, sempre in procinto di spezzarsi. In finale, l”intervento di Annalisa Frisina si  è concentrato sulla libertà culturale e religiosa in Italia e sulle pari opportunità tra giovani italiani e giovani di “seconda generazione”. La libertà culturale e religiosa, si esprime anche nella libertà che le “seconde generazioni” dovrebbero avere nell’autodefinirsi. Le categorie che oggi abbiamo a disposizione, ha continuato Frisina, rischiano di essere escludenti e inferiorizzanti: “essere italiano oggi si è arricchito di nuovi significati che non devono più essere dati per scontati: italiano può non significare necessariamente essere bianco e non velato“. Pari opportunità per i giovani di “seconda generazione” significa innanzitutto non partire svantaggiati a causa dell’aspetto o di un documento, significa avere lo stesso accesso degli altri alle risorse disponibili.

Questo dibattito ha (efficacemente) voluto richiamare l’attenzione sulla necessità di un cambiamento a livello legislativo: la legge n. 91 del 1992, che attualmente disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana, lascia la maggioranza delle “seconde generazioni” in un limbo giuridico. Quello legislativo non rimane comunque l’unico problema: in Veneto, un neonato su 5 è figlio di immigrati (dato del Dossier Statistico Caritas Migrantes) che, nonostante risulti essere a tutti gli effetti italiano, sarà percepito come straniero. Questo confronto ha voluto ricordare la pericolosità di etichette e di catalogazioni, che spesso colpiscono anche la libertà culturale dei giovani italiani, per far riflettere infine sulla qualità del ruolo che la società ha affibbiato alle seconde generazioni“, che spesso si ritrovano “parlati” prima di poter realmente parlare!

Vi invitiamo a visitare l’ultimo numero della rivista on line Trickster dedicata proprio a questo argomento!

Grazie a ferdart per la foto!
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I mostri

Posted in rassegna media by larafontani on 17 marzo 2009

Nicoletta Braschi e Roberto Benigni ne "Il mostro"

Gazeta Romaneasca è un settimanale di informazione dedicato alle comunità rumene in Italia. Nato nel 2001 con una tiratura di 5.000 copie, ha raggiunto le 60.000 copie mensili grazie al grande successo di pubblico, in continuo aumento. Il settimanale, edito dal gruppo Stranieri in Italia e diretto da Sorin Cehan, non propone soltanto articoli di aggiornamento sulla normativa dell’immigrazione e sulle proposte in materia discusse in  Parlamento; ma punta in particolar modo sul mantenimento di un filo diretto con i lettori, fornendo tra l’altro consulenze sulle problematiche che riguardano la loro quotidianità.

Lo scorso sabato 7 marzo il direttore Sorin Cehan ha scritto un articolo di prima pagina molto provocatorio, tutto incentrato sui cosiddetti “mostri italiani”. L’intento era quello di far capire ai lettori — riportiamo le sue parole, da un articolo del sito di Stranieri in Italia — “il meccanismo perverso usato da alcuni giornali italiani che genera poi la rivolta dei cittadini contro un intero popolo”.

L’impresa non è stata semplice — e non perché non succedano fatti di cronaca nera che abbiano come agenti diretti persone di nazionalità italiana; ma perché nei media del nostro Paese questi fatti vengono spesso tralasciati o, comunque, non hanno lo stesso risalto che possono trovare, invece, analoghi episodi i cui responsabili siano stranieri. Continua Cehan nello stesso articolo: “Abbiamo avuto difficoltà a trovare i nomi degli accusati e le loro fotografie, perché la stampa italiana non ha dato loro importanza. La maggior parte dei giornali non dà i nomi degli arrestati italiani, al massimo le iniziali, e le fotografie sono una rarità. Una pratica corretta, visto la presunzione d’innocenza della quale gode chiunque, in uno stato democratico e moderno, per quanto odioso possa essere il fatto di cui è accusato”.

L’iniziativa di Gazeta Romaneasca è stato un tentativo — certo provocatorio — di illuminare i meccanismi dell’informazione, come alcuni aspetti della realtà di oggi e, più ancora, quelli che sono i pensieri ricorrenti delle persone; un contributo sincero per evitare di scivolare nel baratro della xenofobia e del razzismo vero e proprio.

In questo ultimo periodo alcuni personaggi pubblici di origine rumena sono stati invitati a partecipare ad trasmissioni di approfondimento del palinsesto televisivo nazionale (come già abbiamo segnalato nel nostro blog); in questo occasioni, essi hanno sempre evidenziato come i media mainstream molto spesso facciano “più del male che del bene” all’informazione (ad un’informazione chiara ed equilibrata, che aiuti a comprendere e a prendere posizione in modo responsabile sulle questioni pubbliche), perché si focalizzano oltre misura sulla nazionalità di chi commette determinati tipi di reati.

Secondo il Presidente della Camera Gianfranco Fini (come riportato dal Corriere) intervenuto alla manifestazione organizzata al Teatro Brancaccio di Roma in occasione della Festa della donna, “è giusto titolare “donna stuprata da romeno”, ma bisogna fare lo stesso quando a commettere la violenza è un italiano”. A ben vedere, la connotazione etnica non dovrebbe essere mai palesata, perché la responsabilità civile, penale ed etica di un comportamento ricade esclusivamente sulla persona che l’ha commesso, e non sull’intero gruppo di appartenenza.

Ad ottobre del 2008 era partita la campagna promossa dall’Ambasciata rumena in Italia e dal governo di Bucarest intitolata “Romania, piacere di conoscerti” e descritta dallo slogan: “Per capire un popolo, devi conoscere la sua gente”. L’iniziativa aveva prodotto un documentario ed uno spot televisivo (raccolti poi, assieme ad altri materiali, nel sito internet), allo scopo di mettere in risalto il reale inserimento della popolazione rumena in Italia. Ahi noi, pare che lo sforzo a nulla sia servito, visto che buona parte dei media, così come alcuni politici e figure istituzionali — quindi, la stessa voce dello Stato –, continuano a proporre un’immagine stereotipata negativamente della comunità rumena, contribuendo a quello che può essere definito un “linciaggio” mediatico e pubblico sulla base della provenienza geografica. (come lamenta e rivendica l’associazione Amici Romania nel suo blog).

Immagine: Nicoletta Braschi e Roberto Benigni nella locandina del film Il mostro
di R. Benigni (Italia, Francia 1994).
Video: una scena dello stesso film.

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